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giovedì 17 aprile 2014

Ah, se lo dice Massimiliano Lazzari, allora.....

Cominciamo dall'inizio.
All'interno delle sedi parlamentari italiane le forze dell'ordine non possono accedere salvo che in determinati, e limitatissimi, casi.
Il personale addetto alla sicurezza delle sedi parlamentari è costituito dagli Assistenti parlamentari, cui spesso ci si riferisce, ma guarda un po', come 'Polizia parlamentare'.
Alle dipendenze di Camera e Senato non ci sono uscieri.
Ma allora come mai tale Massimiliano Lazzari afferma nei commenti dell'Huffington Post, la seguente immonda sciocchezza senza essere smentito da nessuno?

"abbiamo uscieri del Parlamento che prendono di piu' del Dott Cottarelli. I cittadini onesti facciano sentire il fiato sul collo di tutti i concittadini che ,dipendenti pubblici , conducono una vita lavorativa ispirata da un'amoralità che tracima nella immoralita' civica"


lunedì 10 marzo 2014

martedì 11 dicembre 2012

Perché il secondo pilastro di Camera e Senato non è conveniente. Secondo me


Molti colleghi e colleghe mi hanno chiesto una opinione sulla opportunità di aderire alla contribuzione integrativa istituita presso Camera e Senato.
I due istituti sono molto simili e sono sottoponibili al medesimo ragionamento avendo in comune il funzionamento generale e suscitando i medesimi dubbi.

I maggiori punti di criticità del sistema derivano dalla distanza temporale intercorrente tra l’impegno del dipendente, che il contributo aggiuntivo lo versa immediatamente, e quello delle Amministrazioni.
Le due Amministrazioni, infatti, al momento si limitano ad impegnarsi a liquidare la pensione sulla base di un montante contributivo incrementato della quota effettivamente a carico del lavoratore e di una quota a carico del datore di lavoro.
Il rapporto è quindi fortemente squilibrato con il lavoratore che versa oggi ed il datore che si impegna a versare, domani.
Ciò crea i presupposti per l’esposizione, da parte del dipendente investitore, ad una serie di rischi, rischi che è assolutamente necessario tenere ben presenti al momento di decidere in merito all’adesione alla contribuzione integrativa.
Il dipendente investitore si espone infatti sia ad una serie di rischi generali, comuni ad ogni investitore che acceda a questo tipo di investimento, e sia a taluni rischi aggiuntivi derivanti dalle peculiari caratteristiche dei datori di lavoro.
Tralascerei ogni approfondimento sui rischi generali derivanti, a mero titolo esemplificativo, dal default della Repubblica o dalla uscita del nostro Paese dall’area Euro così come tralascerei ogni approfondimento sulle situazioni economico finanziarie individuali, che meriterebbero tutt’altra allocazione e disponibilità, e ogni sterile ragionamento sugli effetti della chiusura di uno o di entrambi i rami del Parlamento nazionale per concentrarmi esclusivamente sui rischi ‘caratteristici’ derivanti dalle peculiarità giuridiche e normative della controparte di questa forma di investimento e dell’investimento in generale......

venerdì 11 maggio 2012

Pensioni. Con il contributivo per i part-time pensioni più basse. E sono soprattutto donne

Il sistema di calcolo contributivo delle pensioni oltre ad essere stato il grimaldello utilizzato per assaltare le pensioni di tutti i lavoratori italiani ha alcuni difetti insiti nella propria modalità di funzionamento che sono strutturali e su cui occorrerebbe intervenire normativamente.

Più volte sono state illustrate le due principali soluzioni adottate per tenere più basse possibili le pensioni dei lavoratori, attraverso la scelta di tassi di rivalutazione dei montanti contributivi e di conversione di questi montanti in rendita a dir poco opinabili, ma esiste anche un problema di genere collegato alla fruizione di periodi di lavoro ad orario ridotto.
Con il contratto part-time infatti la contribuzione che viene accantonata dal lavoratore sul proprio montante contributivo individuale e che verrà poi trasformata in pensione al cessare dell’attività professionale è ridotta, come l’orario e come la retribuzione.

Ci saranno quindi accantonamenti ridotti che comporteranno pensioni più basse.
La questione diviene di genere dando un’occhiata ai dati sul lavoro part-time in Italia. Nel 2010, ad esempio, delle persone in possesso di un lavoro ne risultavano impiegati a tempo parziale il 15 per cento.
Il dato per genere è però assolutamente polarizzato in quanto risultavano impiegati part-time appena il 5,5 per cento dei lavoratori di sesso maschile a fronte di un sostanzioso 29 per cento delle colleghe lavoratrici.
Con i dovuti arrotondamenti appena un uomo su 20 e quasi una donna su 3 oggi sono a part-time e domani percepiranno una pensione minore.
La quantificazione del danno è solo indicativa, come sempre in caso di proiezioni a lunga scadenza e su basi incerte, ma si aggira su una riduzione del rapporto tra il primo assegno di pensione e l’ultimo stipendio di poco meno dello 0,5 per cento per ogni anno di part-time al 75 per cento e poco meno dell’uno per cento per ogni anno di part-time al 50.
Così un lavoratore che resta in part-time al 50 per cento per 6 anni perderà una parte del proprio assegno di pensione pari al 6 per cento del proprio ultimo stipendio, mentre se avrà optato per il 75 per cento perderà appena, si fa per dire, il 3 per cento.

Trattandosi poi di una scelta così caratterizzata per genere, almeno in Italia, e che quindi denota come essa sia vissuta come una risposta, spesso l’unica possibile, ad altre problematiche, in primis familiari, è evidente come sia del tutto necessaria una risposta normativa che possa annullare o almeno limitare gli effetti pensionisticamente punitivi del lavoro ad orario ridotto.
In sintesi, almeno per chi percorre la strada del part-time in presenza di figli minori, almeno in presenza di figli molto piccoli o con disabilità, chi assiste (mi permetto di aggiungerci realmente) un parente invalido o è egli stesso invalido, almeno per i lavoratori part-time in queste particolari condizioni si dovrebbero cercare e trovare soluzioni.

La prima soluzione potrebbe essere quella di mettere a carico della fiscalità complessiva tutta o una parte della contribuzione mancante alla contribuzione full-time del lavoratore. Il lavoratore ed il datore di lavoro versano la contribuzione sulla quota di retribuzione derivante dalla quota di orario di lavoro svolta e la restante parte viene versata dallo Stato. Questa soluzione costa soldi veri oggi.
La seconda soluzione potrebbe invece essere quella di mettere a carico della fiscalità complessiva tutta o una parte della pensione mancante al lavoratore che gode oggi di part-time. I versamenti di oggi sono ridotti ed al momento della pensione si effettua il calcolo dell’assegno con i contributi effettivamente versati e come se i contributi effettivamente versati fossero stati quelli del lavoro full-time, mettendo a carico della fiscalità generale tutta o una parte della differenza.
Questo costa la promessa di soldi veri, e domani costerà soldi veri quando si dovranno pagare le relative integrazioni.
La terza soluzione, che è quella che sostanzialmente si sta percorrendo oggi, non costa nulla e si è già dimostrata vincente più volte, è quella del silenzio.
Nessuno ne parla, pochissimi se ne accorgono e molti, quando se ne accorgono, scoprono che è troppo tardi per fare qualcosa.

Amerigo Rivieccio

L'articolo su Dazebao